di Giorgio Maghini
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martedì 22 gennaio 2013

Minimo semiotico / 37 – Allontanarsi da Babele

Lei si chiama Irina, e viene dall’Europa dell’est.
Ha i capelli biondi.
Così chiari che io non pensavo nemmeno potesse esistere un biondo così.

Lui si chiama ‘Ar - [schiocco della lingua] - hul e qualcos’altro.
Viene da una piccola repubblica dell’Africa centrale.
Io supero il metro e novanta, ma lui mi sovrasta di tutta la testa.

Si sono incontrati in Italia. Si sono innamorati e adesso hanno una bambina che frequenta una delle mie scuole. Mi capita spesso di vederla arrivare, al mattino.

In famiglia usano – necessariamente – l’italiano.
Un italiano ancora povero e imperfetto: errori di sintassi, scambi consonantici, carenze lessicali… delle volte mi preoccupo per loro  e mi chiedo come faranno a comunicare e, ancor di più, a metacomunicare. Poi li ascolto e mi tranquillizzo, perché il loro italiano è completamente funzionale per vivere nella società, educare la figlia, amarsi.

Delle volte – il mio ufficio dà sul salone della scuola – li guardo, e penso: magari a passi lenti, ma ci stiamo allontanando da Babele.

sabato 12 gennaio 2013

Minimo semiotico / 36 - Quell’area che sta tra Brad Pitt e George Clooney

“La Stampa” ha iniziato a pubblicare una rubrica di “Fact checking” intitolata “La macchina della verità”. Ce n’è una analoga sul blog “Il Post”, altre se ne trovano in rete e chissà di quante non sono a conoscenza.

Cos’è il “Fact checking”? La cosa più banale del mondo: quando ci si trova di fronte a una dichiarazione pubblica, un giornalista (un giornalista che voglia fare il suo lavoro in modo serio) non passa automaticamente ai commenti ma, prima, verifica che le affermazioni contenute nella dichiarazione siano vere.

Non “politicamente vere”, “filosoficamente vere” o “ideologicamente vere”, semplicemente “aderenti ai fatti”.

Un esempio? Un processo cade in prescrizione. L’imputato dichiara: “È stata riconosciuta la mia innocenza”. Fact checking: un processo prescritto è tutt’altra cosa rispetto ad una sentenza di innocenza, quindi noi non sapremo mai se l’imputato era colpevole o innocente.
Un altro esempio: mio figlio torna a casa da scuola e dice “La verifica di Geografia è andata”, io pratico il “fact checking” e verifico che il voto è sei meno meno con l’annotazione “La prossima volta cerca di studiare di più” (è solo un esempio teorico, non so ancora il volto dell’ultima verifica di Geografia di mio figlio).

Il “fact checking”, insomma non si occupa delle bugie palesi (per quelle dovrebbe bastare la normale avvertenza del lettore) ma di quelle “mezze verità” e approssimazioni che chi vuole taroccare la comunicazione usa consapevolmente.

Imparare a controllare la realtà oggettiva dei fatti, quando è possibile. Sembra una sciocchezza, ma è il primo passo per ripulire la nostra comunicazione interpersonale e sociale.

A proposito: come si può controllare guardando la fotografia del mio profilo Facebook, i miei capelli non sono nerissimi ma hanno un grande fascino e, esteticamente, mi colloco in un’area che sta tra Brad Pitt e George Clooney.

martedì 8 gennaio 2013

Minimo semiotico / 35 - Enrico VIII, Barbablù e la coerenza testuale

Quando mi è venuta l'idea di "Minimo semiotico" mi ero riproposto di non occuparmi (o di occuparmi il meno possibile) di politici. Volevo parlare solo di comunicazione.
Ma come si fa, dato che i politici, invece, si occupano così tanto di comunicazione? (E se ne occupano, per inciso, come Enrico VIII e Barbablù si occupavano delle loro amate consorti...)

Perché c'è questa cosa che si chiama "coerenza testuale" che significa - in soldoni - che nella "Divina Commedia" non trovi ricette di cucina e nella "Gazzetta" c'è molto più sport che nel "Sole 24 ore". Non sembra difficile, no? Invece.
Invece in giro per la nostra città si trovano i manifesti di un neopartito politico che si chiama "Moderati in rivoluzione".
Lo leggi, ci pensi, e ti chiedi: come sarà mai fatta la "rivoluzione dei moderati"?

"Potere al popolo, per cortesia"? "Sgombrate il Palazzo d'Inverno, ma senza fretta"? "Sia data voce alle ghigliottine, ma bene oliate"?
In arte e in pubblicità le commistioni vanno bene e, anzi, danno ossigeno al cervello. In politica, non sono altro che prese per i fondelli.

Io, specie nella comunicazione politica, continuo a desiderare messaggi del tipo: "In Italia non ci sono abbastanza Scuole dell'Infanzia; penso di riuscire a costruirne tre: una a Abbiategrasso e due a Taranto".
Mi sa che o non sono abbastanza rivoluzionario o non sono abbastanza moderato.