“La Stampa” ha iniziato a pubblicare una rubrica di “Fact
checking” intitolata “La macchina della verità”. Ce n’è una analoga sul blog “Il
Post”, altre se ne trovano in rete e chissà di quante non sono a conoscenza.
Cos’è il “Fact checking”? La cosa più banale del mondo:
quando ci si trova di fronte a una dichiarazione pubblica, un giornalista (un
giornalista che voglia fare il suo lavoro in modo serio) non passa automaticamente
ai commenti ma, prima, verifica che le affermazioni contenute nella
dichiarazione siano vere.
Non “politicamente vere”, “filosoficamente vere” o “ideologicamente
vere”, semplicemente “aderenti ai fatti”.
Un esempio? Un processo cade in prescrizione. L’imputato
dichiara: “È stata riconosciuta la mia innocenza”. Fact checking: un processo
prescritto è tutt’altra cosa rispetto ad una sentenza di innocenza, quindi noi
non sapremo mai se l’imputato era colpevole o innocente.
Un altro esempio: mio figlio torna a casa da scuola e
dice “La verifica di Geografia è andata”, io pratico il “fact checking” e
verifico che il voto è sei meno meno con l’annotazione “La prossima volta cerca
di studiare di più” (è solo un esempio teorico, non so ancora il volto dell’ultima
verifica di Geografia di mio figlio).
Il “fact checking”, insomma non si occupa delle bugie palesi
(per quelle dovrebbe bastare la normale avvertenza del lettore) ma di quelle “mezze
verità” e approssimazioni che chi vuole taroccare la comunicazione usa consapevolmente.
Imparare a controllare la realtà oggettiva dei fatti,
quando è possibile. Sembra una sciocchezza, ma è il primo passo per ripulire la
nostra comunicazione interpersonale e sociale.
A proposito: come si può controllare guardando la fotografia del mio
profilo Facebook, i miei capelli non sono nerissimi ma hanno un grande fascino
e, esteticamente, mi colloco in un’area che sta tra Brad Pitt e George Clooney.