di Giorgio Maghini
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venerdì 28 settembre 2012

Minimo semiotico 15 / inattuale

L'uso dei media che fanno certi politici sta alla comunicazione come il dottor Mengele sta alla medicina, l'11 settembre al dialogo interculturale e McDonald's ai miei esami del sangue.

Tra qualche settimana, magari, potrà essere interessante rivedere su YouTube, con distaccato interesse scientifico, le modalità comunicative e, soprattutto, argomentative di Er Batman, della Polverini, di Renato Farina.

Ma oggi, che voglia di pulizia!
Che desiderio di percepire il tremore che coglie chi si rende conto che ogni parola è una finestra aperta sulla immensa profondità che c'è in noi.

«La responsabilità dell'uomo è una sfera infinita, ciascuna delle sue parole muove l'accadere del mondo, senza che egli sappia quanto forti e ampie siano le onde di quel moto.»
(Martin Buber, Storie e leggende chassidiche, p. 419)

martedì 25 settembre 2012

Minimo semiotico 14 / “Minecraft Project” e i colleghi dell’ufficio


Esiste, mi spiega l’umbratile preadolescente che gira per casa mia, una cosa che si chiama “Minecraft Project”. Ed è una cosa bellissima.

“Minecraft” è un programma che permette di “giocare alle costruzioni” (come facevamo noi - che preadolescenti non siamo più da un pezzo - con i Lego o i Plastic City) sul monitor del pc.

Ha una quantità inelencabile di funzioni, ma quella più importante, secondo me, è la possibilità di partecipare a un “Minecraft Project”. Che funziona - a grandi linee - come segue.

Un giocatore (poniamo a San Benedetto del Tronto) crea un tema attorno al quale il progetto ruoterà. Supponiamo che il tema sia la colonizzazione di Marte: in questo caso il giocatore creerà un terreno rossiccio e sabbioso sotto un cielo nero.
A quel punto, un secondo giocatore (diciamo di Cleveland) entra nel progetto e inventa una astronave che inizia a muoversi nel mondo appena creato.
Un terzo giocatore (di Aix-en-Provence) si unisce e contribuisce creando un robot per i lavori pesanti.
Un quarto giocatore (di Busto Arsizio) prende l’astronave del giocatore di Cleveland e la trasforma in un’ambulanza. Può farlo, a patto che dichiari che si tratta di una modifica e che citi il progettista iniziale.
Il meccanismo può durare all’infinito. Unico scopo del gioco è creare mondi fantastici in cui affrontare prove di esplorazione, abilità e sopravvivenza.
La chiave di tutto, com’è evidente, è che i partecipanti comunichino tra loro frequentemente e in modo costruttivo, cioè concentrandosi sull’obiettivo che li accomuna.

Comunicazione / Raggiungimento di un obiettivo condiviso / Cooperazione / Godimento comune dei frutti del lavoro di tutti: l’esatto contrario di ciò che siamo abituati a fronteggiare ogni giorno.
Voglio proporre ai colleghi dell’ufficio di cominciare un “Minecraft Project”.

p.s.: “Minecraft Project” è piaciuto persino all’O.N.U. che lo ha usato per un progetto innovativo. Ve lo racconto la prossima volta.

Minimo semiotico / 13 – comunicare il sogno


Il 21 settembre scorso, a Parigi, è stata inaugurata la “Cité du cinema”.
L’ha voluta il regista Luc Besson (ricordate Milla Jovovich nel “Quinto elemento”? Ecco: quello.) ed è un progetto nato – dicono i giornali – nel 2000.

Un sogno che dura più di un decennio, e finalizzato a creare una fabbrica di altri sogni.
Il lungo sogno di un sogno.

Non viene da aggiungere nulla.
Il sogno si comunica da sé.

domenica 23 settembre 2012

Minimo semiotico / 12 – Listen first!


Stephen Rappaport ha sintetizzato in un libro un principio che – come accade di solito per i princìpi  che nessuno vuol fare la fatica di attuare  - suona molto semplice: “Listen first!”, e cioè: “Prima di tutto, ascolta!”.

Chiunque non abbia gli occhi foderati di prosciutto (o altri salumi, o latticini, o confetture a scelta) riconoscerà che l’applicazione di tale principio rivoluzionerebbe la comunicazione; in quello che viene definito “Metodo Rappaport”, infatti, si cerca di applicare un semplice meccanismo: prima di rispondermi, riformula quello che ti ho detto per farmi capire che stiamo parlando della stessa cosa.
Semplice, vero? Eppure, se tutti cominciassimo ad applicarlo, sia la comunicazione interpersonale che quella interistituzionale cambierebbero faccia…

Ripensavo a questo, oggi, consultando il sito della Regione Lazio.
Con tutto ciò che è successo (e su cui siamo stati informati ampiamente da giornali, tg, Rete, etc.), la Regione Lazio ritiene importante darci le seguenti notizie: “Polverini a Zoomarine con i bimbi del terremoto dell’Emilia”, “Inaugurato nuovo reparto geriatria del Sant’Eugenio”, “Via libera a Roma ad ambulatori Quamed”... il terremoto che sta sconvolgendo il Consiglio Regionale del Lazio viene trattato solo in questi termini: “Tagli Consiglio, Polverini: obiettivo centrato”.
Cosa direbbe il buon vecchio Rappaport, se consultasse il sito della regione Lazio?
Io penso direbbe: “Listen first!”

Ascoltare – prima di tutto! - i cittadini, che vogliono sapere dov’è finito e come e quando tornerà disponibile tanto denaro pubblico.  O, per usare le parole di quel notorio estremista del Card. Bagnasco, come si intende gestire quella “cosa vergognosa” che sono stati gli sprechi della Regione Lazio.
Ascoltare quello che chiedono i cittadini. Listen first!
Ma noi studiosi della comunicazione – in confronto ai fini strateghi della politica - siamo dei sempliciotti, si sa.

mercoledì 19 settembre 2012

Minimo semiotico 11 / Castità e bilanci dei Gruppi Parlamentari

Dopo una discussione piuttosto complessa da portare in porto, la Giunta per il Regolamento della Camera ha stabilito che i bilanci dei gruppi parlamentari verranno verificati da agenzie esterne alla Camera stessa.

Meno male. Perché se, come sembrava probabile, si fosse optato per un controllo interno alla Camera stessa (i controllati avrebbero coinciso con i...
controllori) saremmo stati costretti a ricordare la vecchia battuta secondo la quale “La castità è quella virtù che i preti si tramandano di padre in figlio”.

Questa battuta, da un punto di vista linguistico, fa sorridere perché infrange il “principio di non-contraddizione”, di cui parlava già il buon vecchio Aristotele nella Metafisica: «È impossibile che la stessa cosa insieme inerisca e non inerisca alla medesima cosa e secondo il medesimo rispetto» o, ancora più nettamente: «Nessuno può ritenere che la medesima cosa sia e non sia».

Potremmo tradurlo anche così: se mi invitano a tenere una conferenza sui benefici del vegetarianesimo e, dopo la conferenza, me ne esco con un bel: «Allora? Andiamo a farci una sana grigliata di maiale?» è quasi certo che genererò molta perplessità.

A volte, può sembrare che le scienze della comunicazione esprimano l’ovvio. Ma se lo fanno è perché troppo spesso la nostra comunicazione viene rovinata dal non tenere conto di tale ovvio. Una comunicazione che si autocontraddice, ad esempio, non può essere né efficace né autorevole.

Così non sarebbe stata né efficace né autorevole la comunicazione del nostro Parlamento se avesse deciso per (chiamiamola così) l’”autoverifica” dei bilanci. Avrebbe preteso, in altre parole, di incentivare la trasparenza (cioè l’andare verso l’esterno) attraverso una commissione tutta interna.

Ad Aristotele non sarebbe piaciuto!

Ma per questa volta sembra che il principio di non contraddizione sia stato rispettato.
Un altro passettino verso un paese normale?

martedì 18 settembre 2012

Minimo semiotico / 10 – La semplicità è rivoluzionaria


Nel Tg di La7 di ieri sera, sono stati presentati i risultati di un sondaggio: “Alle prossime elezioni – si chiedeva – chi vorreste come Presidente del Consiglio?"
La scelta era tra Bersani, Berlusconi e Monti.

I risultati sono disponibili in rete, ma hanno poca importanza.
Quello che invece ha importanza è riflettere su che senso possa avere chiedere agli elettori chi sceglierebbero tra
-              chi NON SA SE POTRA' CANDIDARSI (ci sono le primarie di mezzo)
-              chi NON HA DECISO SE CANDIDARSI
-              chi HA DETTO CHE NON SI CANDIDERÀ


Certo, siamo grandi e la mamma ci ha spiegato tante cose… sappiamo che certe domande servono a visualizzare scenari, a valutare le reazioni degli interessati, a stimolare il dibattito (sappiamo anche, per inciso, che molto probabilmente saranno davvero quelli i tre candidati con cui avremo a che fare…) ma la domanda resta: vale davvero la pena di discutere (e magari di accapigliarsi) sulle risposte a una domanda vuota di sostanza?


Ripartire dal significato delle parole (almeno su quel significato di minima su cui si può trovare un accordo), ritornare a cercare un nesso tra il linguaggio e la realtà concreta… questo paese diventerà, finalmente, una nazione moderna quando i sondaggi verranno fatti per sapere quale, tra tre candidati reali (non ipotetici) è il preferito.

Un obiettivo troppo banale?
Può essere. Ma la semplicità è rivoluzionaria.

venerdì 14 settembre 2012

Minimo semiotico / 9 - SI PUÒ FARE

(la giusta intonazione con cui leggere il titolo del post si trova qui: http://www.youtube.com/watch?v=rdkecMOT1ko )

Leggo (con un po’ di ritardo: era rimasto incellofanato sulla scrivania) “Vanity Fair” del 12 settembre.
C’è un bell’articolo di Enrico Mentana (disponibile anche all’indirizzo: http://www.vanityfair.it/news/italia/2012/09/05/mentana-rubrica-cardinal-martini-accanimento-terapeutico#?refresh_ce ) in cui Mentana risponde a numerosi lettori sul tema della morte del card. Martini e, nello spazio di una pagina, chiarisce temi come la differenza tra “rifiuto dell’accanimento terapeutico” e “eutanasia” e quale sia la vera posizione della Chiesa su questi temi, citando anche il Catechismo della Chiesa Cattolica [come avevo fatto io nel mio post del 31 agosto – ma adesso non cominciamo a dire che Mentana mi copia ;-) ].
Per chi ama la comunicazione, articoli come questi sono una boccata di ossigeno.
Troppo spesso, infatti, nel giornalismo, ci si dimentica di semplici strumenti come il dovere di citare sempre le fonti e definire con la massima precisione possibile ogni parola che si usa. (Di passaggio, si può anche annotare che, in quest’epoca che ha tanto bisogno di dialogo, è solo a partire da questi due strumenti che ogni dialogo è possibile).
Banale, dite? Però lo fanno in pochi.
È quando un giornalista lo fa, è bello gridare SI-PUÒ-FARE!

lunedì 10 settembre 2012

Minimo semiotico / 8 – A proposito di Mongolfiere…

Immaginiamo una città nel cui cielo, al mattino e verso il tramonto, abbia luogo una silenziosa invasione di mongolfiere di ogni colore e forma.
Le persone di quella città – senza eccezioni – si divideranno in due gruppi. Ci saranno quelli che alzeranno lo sguardo al cielo per godere, finché possibile, dello spettacolo e quelli che non distoglieranno nemmeno per un secondo l’attenzione da ciò che stanno facendo in quel momento.

Naturalmente, per molti l’appartenenza alla seconda categoria è una necessità: è evidentemente un bene che autisti di corriera, chirurghi, sminatori, trapezisti e barellieri non si distraggano mai.
Ma – è la domanda che mi veniva domenica mattina mentre, dalla mia finestra, osservavo le persone per strada dividersi nei due gruppi suddetti mentre le mongolfiere del “Balloons festival” si spargevano per il cielo di Ferrara – cosa intendono comunicare le persone scegliendo l’uno o l’altro comportamento?
Escludendo quelli che non alzano lo sguardo a causa di dolori cervicali (diffusissimi a Ferrara) e quelli che, invece, guardano le mongolfiere perché è sempre meglio che discutere con quell’ottuso del vicino, credo sia evidente che i messaggi da cogliere sono due:
«Non smettete di stupirvi, non smettete di guardare “oltre”» dicono quelli-dello-sguardo-all’insù.
«Sarebbe bello guardare il cielo; ma è la terra – con tutta la sua pesante eredità – che ci dà il pane» dicono quelli-della-testa-bassa.
Chi ha ragione? Entrambi, se è vero, come scrive san Paolo, che «Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo» (1 Cor 15, 47).

Il fatto è che quel primo e quel secondo uomo sono lo stesso uomo. Siamo tutti noi, che dobbiamo decidere se guardare le Mongolfiere o tornare alle nostre pressanti occupazioni.

Minimo semiotico / 7 - Rileggere, urgentemente, Grice!

Tra le “Massime conversazionali” di Grice, c’è quella detta “di pertinenza” che recita, a grandi linee: quando intervieni in una conversazione, il tuo contributo deve essere "pertinente", cioè teso a realizzare il fine di quella conversazione (prendere una decisione, illustrare una questione, fornire informazione, etc.).

È sui giornali di oggi la notizia che Gabriele Sinopoli, fratello del celebre direttore d’orchestra Giuseppe, è stato ferocemente picchiato da un gruppo di giovani ubriachi.
Alcuni commentatori hanno scritto che alla base di tale tragedia c’è il fatto che gli aperitivi in certi bar costano troppo poco.
Io tacito le mie reazioni più immediate, e mi limito a consigliare di rileggere (con una certa urgenza) Grice, magari a partire dalla “massima di pertinenza”.

martedì 4 settembre 2012

Minimo semiotico / 6 – Una comunicazione perfetta

Esiste la “comunicazione perfetta”?

Un atto volontario, che intenda trasmettere un contenuto o sollecitare un comportamento, compiuto così bene da non dare adito a nessuna ambiguità nella sua interpretazione? È un problema aperto nelle scienze della comunicazione ma, tendenzialmente, si tende a dire che no, non esiste né può esistere.

Solo qualche giorno fa, però, ho visto qualcosa che mi ha fatto pensare il contrario.

Ho visto in televisione Cecilia Camellini, atleta paralimpica non vedente esultare quando riceveva la medaglia d’oro nel nuoto e rispondere al saluto del pubblico.

Sul podio, il suo corpo magro era - allo stesso tempo - quello di un’atleta ventenne che voleva saltare, ballare, gioire, festeggiare e quello di una ragazza che ha dovuto imparare a sue spese a muoversi con cautela, perché il movimento può essere pericoloso, e ogni salto e ogni passo possono nascondere l’insidia di una caduta o di una ferita.

Saltava e non saltava, Cecilia. Ballava e non ballava. Esultava e non esultava.

Il corpo di Cecilia comunicava il senso più profondo della necessità di fare i conti con i nostri limiti (perché tutti noi - è bene ammetterlo! - saltiamo e non saltiamo, balliamo e non balliamo, esultiamo e non esultiamo), e di come valga la pena di lottare per superarli.

Una comunicazione perfetta.

Minimo semiotico / 5 - Test di ammissione e comunicazione ambigua


Ora, non è che uno voglia giocare a fare l’innocente/l’indignato, ma è che quando osservi i fenomeni comunicativi e vedi certe macroscopiche falsificazioni un po’ di rabbia ti viene.

È tempo di test di ammissione all’Università.
Qual è il messaggio che l’Università vuole (vorrebbe) dare ai giovani che hanno appena terminato la maturità? Si potrebbe, più o meno, riassumere così:

“Il numero di coloro che svolgeranno una determinata professione non può essere lasciato al caso, quindi mi affido a un test che seleziona solo i migliori aspiranti così da garantirmi, tra qualche anno, i laureati più capaci”.

Qual è il messaggio che realmente viene dato, invece?

“Dato che il numero degli studenti va limitato, mi affido a un test che – anche in una totale (e ideale) assenza di casi di corruzione, nepotismo e favoritismi -  selezionerà chi è più bravo a rispondere a domande del tipo «Se Antonio non mangia carne, Bruno è affetto da celiachia e Carlo non mangia verdura, di chi è il panino al salame che c’è nello zaino?»”.

L’unico modo di selezionare gli studenti migliori, e non servono approfonditi studi psicosociologici per comprenderlo, è aprire le iscrizioni a CHIUNQUE sia interessato e frequentare una determinata facoltà, per poi, lungo il percorso, permettere di terminare il corso di studi solo a chi rispetta determinati e severi parametri come, ad esempio, superamento del 95% degli esami previsti ogni anno con una media di almeno 28/30. Chi non rispetta questi parametri (fatti salvi documentati problemi familiari o di salute) deve lasciare la facoltà. Non è difficile.
Un tale filtro non solo garantirebbe di avere – al termine del corso di studi – gli studenti più brillanti e motivati, ma fungerebbe anche da deterrente all’iscrizione per chi ha scarsa motivazione e dedizione.

Ma tutto questo è troppo semplice. Perciò si preferisce mantenere l’attuale sistema, perpetuarne l’inefficacia e le possibilità di malaffare, presentando, alle selezioni per Medicina, una domanda come la seguente:

“Il numero di atomi di H presenti in un alchene contenente n atomi di C è: n+2 / 2n+2 / 2n-2 / 2n / n-2 (selezionare la risposta corretta)”

Domanda che ha senz’altro l’effetto di selezionare chi conosce meglio la chimica al momento dell’esame ma che non ha alcun valore in relazione a quello che dovrebbe essere il reale obiettivo dei test: laureare i migliori medici di lì a sei anni.