di Giorgio Maghini
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martedì 4 settembre 2012

Minimo semiotico / 6 – Una comunicazione perfetta

Esiste la “comunicazione perfetta”?

Un atto volontario, che intenda trasmettere un contenuto o sollecitare un comportamento, compiuto così bene da non dare adito a nessuna ambiguità nella sua interpretazione? È un problema aperto nelle scienze della comunicazione ma, tendenzialmente, si tende a dire che no, non esiste né può esistere.

Solo qualche giorno fa, però, ho visto qualcosa che mi ha fatto pensare il contrario.

Ho visto in televisione Cecilia Camellini, atleta paralimpica non vedente esultare quando riceveva la medaglia d’oro nel nuoto e rispondere al saluto del pubblico.

Sul podio, il suo corpo magro era - allo stesso tempo - quello di un’atleta ventenne che voleva saltare, ballare, gioire, festeggiare e quello di una ragazza che ha dovuto imparare a sue spese a muoversi con cautela, perché il movimento può essere pericoloso, e ogni salto e ogni passo possono nascondere l’insidia di una caduta o di una ferita.

Saltava e non saltava, Cecilia. Ballava e non ballava. Esultava e non esultava.

Il corpo di Cecilia comunicava il senso più profondo della necessità di fare i conti con i nostri limiti (perché tutti noi - è bene ammetterlo! - saltiamo e non saltiamo, balliamo e non balliamo, esultiamo e non esultiamo), e di come valga la pena di lottare per superarli.

Una comunicazione perfetta.

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Giorgio