Un atto volontario, che intenda trasmettere un contenuto o sollecitare
un comportamento, compiuto così bene da non dare adito a nessuna ambiguità
nella sua interpretazione? È un problema aperto nelle scienze della
comunicazione ma, tendenzialmente, si tende a dire che no, non esiste né può
esistere.
Solo qualche giorno fa, però, ho visto qualcosa che mi ha fatto pensare
il contrario.
Sul podio, il suo corpo magro era - allo stesso tempo - quello di
un’atleta ventenne che voleva saltare, ballare, gioire, festeggiare e quello di
una ragazza che ha dovuto imparare a sue spese a muoversi con cautela, perché il
movimento può essere pericoloso, e ogni salto e ogni passo possono nascondere
l’insidia di una caduta o di una ferita.
Saltava e non saltava, Cecilia. Ballava e non ballava. Esultava e non
esultava.
Il corpo di Cecilia comunicava il senso più profondo della necessità di
fare i conti con i nostri limiti (perché tutti noi - è bene ammetterlo! -
saltiamo e non saltiamo, balliamo e non balliamo, esultiamo e non esultiamo), e
di come valga la pena di lottare per superarli.
Una comunicazione perfetta.
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Giorgio