di Giorgio Maghini
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martedì 30 aprile 2013

Minimo semiotico / 47 - Facciamo una rivoluzione?

Come tutti sappiamo, ieri a Roma c’erano due carabinieri sanguinanti a terra.

Il sindaco Alemanno, non perdendo l'occasione di approfittarne per la campagna elettorale, ha ritenuto di commentare (fonte: Ansa – 28 aprile 12.53) che non ci si deve stupire di certi fatti “…quando si inveisce continuamente contro il Palazzo”.

Al giornalista che gli
chiedeva se si stesse riferendo a un determinato partito, il sindaco ha risposto “Non mi riferisco a nessuno”.

Ora: in fatto di politica io sono un cretino inarrivabile, ma in tema di comunicazione qualcosa da dire ce l’ho, anche se non ci vuole un esperto per accorgersi che le dichiarazioni di Alemanno (che, a onor del vero, non è stato l'unico a lasciarsi andare a commenti poco opportuni) sono:

1. un abusato cliché: quante volte abbiamo sentito politici affermare che “la colpa è del clima di odio creato dalla parte avversa?”;

2. arbitrarie: non esiste nessuna prova che ci sia un nesso tra il gesto di un disperato e la polemica politica, anche quando questa è violenta, esasperata, brutale;

3. assurde, perché la frase “Non mi riferisco a nessuno” è un nonsenso assoluto.

Facciamo una rivoluzione?
Smettiamo tutti di usare cliché, di essere arbitrari e assurdi quando comunichiamo.

Cominciamo subito e, soprattutto, cominciamo noi, perché i politici non sono né “altro da noi” né “peggio di noi” (questa è una bugia che ci raccontiamo per stare meglio).

Facciamo una rivoluzione, per quei due uomini a terra.

Minimo semiotico / 46 – Trauma


(pubblicato su FB il 17.04.2013)

Marco Mancini (Presidente dei Rettori italiani, mica un fesso come il vostro affezionato che sta scrivendo) sostiene, in un’intervista di oggi, che l’entrata all’Università è, per gli studenti, un evento “traumatico”.

Mancini, che è un linguista, conosce perfettamente il pensiero di John Austin, e sa quindi che - quando parliamo – non ci limitiamo a descrivere il mondo, ma lo stiamo in realtà costruendo. Se, ad esempio, dico: “La mia amica Isabella è tanto carina quanto stupida”, non sto esponendo una valutazione ma sto distruggendo un’amicizia, cioè cambiando il mondo in cui abito. (Lo stesso vale per frasi come “Moggi è un grande uomo di calcio”, “Gli stranieri ci rubano il lavoro e le donne”, “Non pago le tasse perché sono troppo alte”).

Se io dico che, per un diciannovenne, entrare all’Università è traumatico, non sto esprimendo un’opinione. Sto “costruendo” i diciannovenni del futuro.

Allora avrei una semplice domanda per Mancini: se per un ragazzo di 19 anni (età in cui si DEVE voler spaccare il mondo) l’entrata all’Università è “traumatica”, cosa sarà di questi ragazzi quando saranno lasciati dal partner, non troveranno lavoro, verranno traditi o si scopriranno malati? Lasciamo il termine “trauma” alle cose serie…

Se c’è qualche ragazzo di 19 anni che legge: l’entrata all’Università deve essere traumatica per i professori, non per voi. Se ne incontrerete qualcuno che non metterà nell'insegnamento lacrime (sue) e sangue (suo), non dategli tregua: mettetelo sulla graticola e non passategliene una. Se poi lo vedrete arrabbiato, abbiate pazienza: è a causa del trauma.

Minimo semiotico / 45 – lettera aperta a una signora incrociata sull'uscio di casa sua, in via Aeroporto

(pubblicato su FB il 9.04.13)

Gentile signora,

per motivi psiconeurologici che chiederebbero molto spazio per essere riassunti qui, le posso assicurare che il suo cane non capirà mai la frase «Adesso, Neno, la devi smettere di fare la cacca qui vicino ai gerani, perché poi la tua mamma fa fatica a pulire!».

In merito, invece, al suo radicale bisogno di comunicare, che la spinge a rivolgersi a qualsiasi essere vivente, volevo dirle che mi commuove profondamente.

La prossima volta che ci incroceremo, vorrei rivolgerle la parola.

venerdì 22 marzo 2013

Minimo semiotico / 44 - Voglia di una canzone (non di spaghetti o trippa)

Mai capitato di avere una voglia insopprimibile di ascoltare musica?
E non musica in generale; no: proprio “quella” canzone o “quel” brano.

Voglia di Beatles: “Hey Jude”.
Voglia di Jimi Hendrix, “Hey Joe”
Di RHCP, “Hey oh”
Di Lumineers, “Ho hey”
(non so cosa mi evochi, oggi, la parola “Hey”, ma non è di questo che volevo ...parlare)

Quando abbiamo voglia di ascoltare “quel” brano, “proprio quel” brano, ciò che vogliamo davvero è “abitare un mondo”: gli anni ’70, ad esempio, o la Californicazione, o il mondo delle nostre radici…

Pensavo queste cose, nell’ultimo periodo, perché su YouTube la stragrande maggioranza dei video è ormai preceduta da uno spot pubblicitario, e succede allora che se, per fare un esempio, voglio ascoltare lo splendido “Spiritual” di John Coltrane devo, prima, passare attraverso la pubblicità di un profumo, accompagnata da musica Trip Hop.

Vale a dire che se voglio rivivere l’America sudata ma fremente di cambiamento degli anni ’50 e ’60 devo prima attraversare le atmosfere cupe e snervate del Bristol sound. Può anche essere affascinante, ma pensiamo se succedesse al ristorante: "Buon giorno, vorrei due spaghetti al sugo" "Come no?, ma prima un bel sandwich alla trippa ".

È l’estremizzazione della contaminazione, del cross-over, del meticciato.

In termini comunicativi, la contaminazione è un arricchimento: è novità di modi espressivi, codici, punti di vista.
Preoccupa un po’, invece, la casualità: il Trip Hop può venire sostituito senza preavviso da Castellina Pasi e, il giorno dopo, da Fausto Leali.
Può esistere una comunicazione senza logica interna?
Ecco un bel quesito per la semiologia.

Minimo semiotico / 43 - "Off-target" (traduzione del ferrarese "pissàr fòra")

(pubblicato su Facebook il 14.03.2013)

 Leggo "Repubblica" da quando avevo 15 anni (Scalfari l'aveva fondata solo due anni prima).
Il mio rapporto con quel giornale, di conseguenza, è ormai più simile a quello che si ha con un parente molto amato piuttosto che con un organo di informazione.

Ma in questi giorni che hanno preceduto il conclave, che brutta sens...azione di giornalismo "off-target": pressapochismo, approssimazioni, ideologia a buon prezzo, effettacci, connessioni infondate, battute scontate...

La scelta del nuovo Papa, secondo "Repubblica" avrebbe provato: che nulla era stato fatto contro gli episodi di pedofilia, che era in atto uno scontro di potere tutto italiano e curiale, che stavamo assistendo a una prova di forza tra Chiesa europea e resto del mondo, che la Chiesa cattolica non aveva capito la modernità, che la Cappella Sistina era esteticamente mediocre (almeno credo fosse, quest'ultima, la tesi di Piergiorgio "la-metto-a-posto-io-la-metafisica" Odifreddi).

Non una parola su un'umanità assetata di verità.
Non una parola sul mistero che la Chiesa (pur con tutte le sue gravi pecche, chi lo nega?) svela al mondo.
Non una parola su un popolo in attesa del suo pastore.

Ci si sarebbe attesi, da un grande giornale, una copertura di elevatezza culturale adeguata. Non c'è stata. Si è preferito battere la strada della battutina e della polemichina.
Peccato.

E' come con quei parenti molto amati, cui si perdona un po' tutto: "Oggi ha perso un po' di smalto. Ma un tempo... dovevi vederlo!"

Minimo semiotico / 42 - Non di solo pane

(pubblicato su Facebook l'11.03.2013 )

A volte può sembrare che occuparsi di comunicazione sia un lusso, in questi tempi di crisi economica e non solo.
 

La storia che trovate qui in allegato - che ho ricevuto via Twitter e che volentieri diffondo - serve a ricordare che tra i bisogni primari dell'essere umano c'è quello di comunicare.

http://www.famigliacristiana.it/informazione/news_2/articolo/giappone-due-anni-dopo.aspx

Minimo semiotico / 41 – Le parole dei poeti e quelle dei cantautori


(pubblicato su Facebook il 4.03.13, settantesimo anniversario della nascita di Lucio Dalla)

Uno dice: ci sono problemi più urgenti e importanti. È vero.
Uno dice, ancora: lottare contro i luoghi comuni è inutile. È vero anche questo. Eppure.
Eppure uno ci prova, a dare il giusto peso alle parole.

Il fatto è che esiste un luogo comune – sbagliatissimo eppure tra i più radicati e duri e... a morire – che dice che, quando un cantautore appartiene alla schiera dei grandi, bisognerebbe considerarlo un poeta.
Lo si è detto di tutti i grandissimi: De Andrè, Guccini, De Gregori, Conte, Battiato, Capossela… come Leopardi, Gozzano, Campana, Saba, Montale, Zanzotto, Merini…”

Anche se l’intenzione è buona (si vorrebbe, in fondo, riconoscere ai grandi cantautori la dignità che meritano) si tratta di un grosso sbaglio.

Tanto il poeta quanto il cantautore sono artigiani che hanno come materiale le parole e come arnesi da lavoro il verso, la metrica, la metafora, l’immagine, la rima, l’assonanza, la pausa… ma mentre il poeta passa la vita in compagnia delle parole nude e ne esplora le potenzialità espressive (il suono, la struttura, l’evocatività, l’ordine, l’architettura…) il cantautore prende quelle stesse parole e le fa dialogare con gli strumenti, con l’orchestrazione, la melodia, il ritmo, i timbri degli strumenti, la voce sua e dei coristi, gli arrangiamenti.

Su una “Antologia” della scuola media ho trovato, una volta, il testo di “Il vecchio e il bambino”. Bellissimo, ovvio. Ma dov’era la voce di Francesco? E la batteria? E l’assolo di chitarra e la voce di Augusto Daolio nella versione dal vivo con i Nomadi? Una canzone esprime tutta la sua sciamanica potenza quando è cantata (possibilmente in un palazzetto, possibilmente in coro da 5.000 persone). Fissata sulle pagine di un libro ha la stessa vitalità di una farfalla trafitta da uno spillone.

La canzone è un’alchimia di parole e musica che – per qualche misterioso motivo - ci fa penetrare nel mistero della nostra umanità e ce lo rivela. Il dono e il compito del cantautore consiste nel creare tale misteriosa alchimia. Trasformare il cantautore in poeta, significa – con tutte le buone intenzioni – non riconoscere questo dono, ed è un peccato.

Tutto questo lungo discorso per arrivare a dire una cosa molto semplice.
Lunedì prossimo, 4 marzo 2013, Lucio Dalla – grandissimo cantautore – avrebbe compiuto 70 anni.
Non c’è più e ci manca, ma le sue canzoni continuano a illuminare la nostra umanità.

Minimo semiotico / 40 – Tre regole per scrivere un post efficace e ricevere un sacco di commenti


(pubblicato su Facebook il 22.02.13)

Sono ormai sei mesi che frequento FB con una certa assiduità e mi sono fatto un’idea sulle regole da seguire per scrivere un post interessante. Le elenco qui di seguito, con alcuni esempi pratici:

PRIMA REGOLA: Lamentarsi di qualcosa (questo è fondamentale!)

SECONDA REGOLA: Inserire, a scelta,
- un... richiamo nostalgico al bel tempo andato
- una lode affettuosa al mondo animale
- un auspicio alla comprensione tra gli uomini

TERZA REGOLA: concludere con, a scelta:
- la foto di un tramonto / di bambini / di cuccioli
- una citazione inverificabile

Alcuni esempi:

[Ciao Giorgio, come va?]
Oggi nevica, ma il Comune non fa niente, com’è ovvio. Certo: sono troppo occupati a farsi i fatti loro invece di preoccuparsi dei problemi veri della gente.
Come sarebbe bello trovarsi insieme a spalare la neve, come si faceva un tempo...
FOTO DI UN VIALETTO INNEVATO AL TRAMONTO

[Ciao Giorgio, che succede?]
Non succede niente, niente, NIENTE.
Se ognuno facesse la propria parte… se almeno ci si provasse…
Amo gli animali perché la loro vita è fatta di piccole cose. Dovremmo imparare da loro…
FOTO DI UN CANE E UN GATTO CHE GIOCANO

[Ciao Giorgio, che succede di bello?]
Fra pochi giorni si va a votare, ma tanto non cambierà nulla perché pensano solo ai loro interessi.
Come vorrei tornare bambino, quando l’amicizia la potevi toccare con mano.
“Vorrei essere tuo amico / vorrei che tu fossi mio amico / amici / amici / amici davvero” (Kurt Cobain)

Minimo semiotico / 39 - Il fornaio di Pavarotti e il curling


(pubblicato su Facebook il 13.02.13)

Sui giornali di questa mattina hanno commentato la rinuncia del Papa anche, nell'ordine:

- il lattaio di via Formignana
- l'associazione italiana installatori di caldaie (AIIC)
- il massaggiatore della Viterbese F.C.
- il fornaio di Pavarotti (che, per ovvi motivi, da qualche anno si è ritirato - ricchissimo - dal commercio)

Tutti ca...piamo che la notizia del Papa che lascia il Pontificato è troppo importante perché i giornali non la commentino ampiamente (ci mancherebbe) ma bisognerebbe non perdere mai di vista il fatto che, nel giornalismo, "opinione" deve significare "opinione più informata o più competente della media dei lettori", altrimenti è solo chiacchiera e tempo perso.

Ora chiedo scusa ma ho da fare: un giornale canadese mi ha chiesto due cartelle sullo splendido campionato di curling della squadra di Vancouver.

Minimo semiotico / 38 - Almeno quanto le giornate di primavera

(pubblicato su Facebook il 5.02.13)

Ieri sembrava già primavera.
Mentre, nel quarto d’ora canonico tra un appuntamento e l’altro, buttavo giù alcuni appunti, ho guardato fuori, verso i giardini.

Le panchine cominciavano a essere frequentate.
Su una di queste sedeva una donna. Vicino a lei, un’altra donna stava seduta su una sedia a rotelle.
La prima era impegnata in u...na lunga e intensa conversazione al cellulare.
La seconda, anzianissima, non faceva nulla. Era tutta infagottata in sciarpa, sciarpa supplementare, cappottone, scialle, berretto e guardava fissamente davanti a lei.

Nell’immediato, ho avuto un moto di rabbia. “Ecco - mi sono detto –
un’altra che si disinteressa dell’anziano che dovrebbe assistere e bada solo ai fatti suoi”.
Poi ci ho ripensato.
Magari l’anzianissima signora non aveva coscienza di sé.
Forse era persa nelle nebbie cattive dell’Alzheimer.
Non potevo giudicare.

Solo allora ho spostato l'attenzione su queste persone che – lontane da casa per prendersi cura di noi – vivono attaccate al cellulare.
Per rimanere informate, certo. Ma anche per sentire un accento familiare. Sonorità, cadenze, ritmi (“informazione fonologica” direbbero i linguisti) che parlano di un posto lontano, di Ucraina, di Moldavia, di Bielorussia…

Abbiamo bisogno di comunicare almeno quanto di respirare e di giornate di primavera.

martedì 22 gennaio 2013

Minimo semiotico / 37 – Allontanarsi da Babele

Lei si chiama Irina, e viene dall’Europa dell’est.
Ha i capelli biondi.
Così chiari che io non pensavo nemmeno potesse esistere un biondo così.

Lui si chiama ‘Ar - [schiocco della lingua] - hul e qualcos’altro.
Viene da una piccola repubblica dell’Africa centrale.
Io supero il metro e novanta, ma lui mi sovrasta di tutta la testa.

Si sono incontrati in Italia. Si sono innamorati e adesso hanno una bambina che frequenta una delle mie scuole. Mi capita spesso di vederla arrivare, al mattino.

In famiglia usano – necessariamente – l’italiano.
Un italiano ancora povero e imperfetto: errori di sintassi, scambi consonantici, carenze lessicali… delle volte mi preoccupo per loro  e mi chiedo come faranno a comunicare e, ancor di più, a metacomunicare. Poi li ascolto e mi tranquillizzo, perché il loro italiano è completamente funzionale per vivere nella società, educare la figlia, amarsi.

Delle volte – il mio ufficio dà sul salone della scuola – li guardo, e penso: magari a passi lenti, ma ci stiamo allontanando da Babele.

sabato 12 gennaio 2013

Minimo semiotico / 36 - Quell’area che sta tra Brad Pitt e George Clooney

“La Stampa” ha iniziato a pubblicare una rubrica di “Fact checking” intitolata “La macchina della verità”. Ce n’è una analoga sul blog “Il Post”, altre se ne trovano in rete e chissà di quante non sono a conoscenza.

Cos’è il “Fact checking”? La cosa più banale del mondo: quando ci si trova di fronte a una dichiarazione pubblica, un giornalista (un giornalista che voglia fare il suo lavoro in modo serio) non passa automaticamente ai commenti ma, prima, verifica che le affermazioni contenute nella dichiarazione siano vere.

Non “politicamente vere”, “filosoficamente vere” o “ideologicamente vere”, semplicemente “aderenti ai fatti”.

Un esempio? Un processo cade in prescrizione. L’imputato dichiara: “È stata riconosciuta la mia innocenza”. Fact checking: un processo prescritto è tutt’altra cosa rispetto ad una sentenza di innocenza, quindi noi non sapremo mai se l’imputato era colpevole o innocente.
Un altro esempio: mio figlio torna a casa da scuola e dice “La verifica di Geografia è andata”, io pratico il “fact checking” e verifico che il voto è sei meno meno con l’annotazione “La prossima volta cerca di studiare di più” (è solo un esempio teorico, non so ancora il volto dell’ultima verifica di Geografia di mio figlio).

Il “fact checking”, insomma non si occupa delle bugie palesi (per quelle dovrebbe bastare la normale avvertenza del lettore) ma di quelle “mezze verità” e approssimazioni che chi vuole taroccare la comunicazione usa consapevolmente.

Imparare a controllare la realtà oggettiva dei fatti, quando è possibile. Sembra una sciocchezza, ma è il primo passo per ripulire la nostra comunicazione interpersonale e sociale.

A proposito: come si può controllare guardando la fotografia del mio profilo Facebook, i miei capelli non sono nerissimi ma hanno un grande fascino e, esteticamente, mi colloco in un’area che sta tra Brad Pitt e George Clooney.

martedì 8 gennaio 2013

Minimo semiotico / 35 - Enrico VIII, Barbablù e la coerenza testuale

Quando mi è venuta l'idea di "Minimo semiotico" mi ero riproposto di non occuparmi (o di occuparmi il meno possibile) di politici. Volevo parlare solo di comunicazione.
Ma come si fa, dato che i politici, invece, si occupano così tanto di comunicazione? (E se ne occupano, per inciso, come Enrico VIII e Barbablù si occupavano delle loro amate consorti...)

Perché c'è questa cosa che si chiama "coerenza testuale" che significa - in soldoni - che nella "Divina Commedia" non trovi ricette di cucina e nella "Gazzetta" c'è molto più sport che nel "Sole 24 ore". Non sembra difficile, no? Invece.
Invece in giro per la nostra città si trovano i manifesti di un neopartito politico che si chiama "Moderati in rivoluzione".
Lo leggi, ci pensi, e ti chiedi: come sarà mai fatta la "rivoluzione dei moderati"?

"Potere al popolo, per cortesia"? "Sgombrate il Palazzo d'Inverno, ma senza fretta"? "Sia data voce alle ghigliottine, ma bene oliate"?
In arte e in pubblicità le commistioni vanno bene e, anzi, danno ossigeno al cervello. In politica, non sono altro che prese per i fondelli.

Io, specie nella comunicazione politica, continuo a desiderare messaggi del tipo: "In Italia non ci sono abbastanza Scuole dell'Infanzia; penso di riuscire a costruirne tre: una a Abbiategrasso e due a Taranto".
Mi sa che o non sono abbastanza rivoluzionario o non sono abbastanza moderato.