(pubblicato su Facebook il 5.02.13)
Ieri sembrava già primavera.
Mentre, nel quarto d’ora canonico tra un appuntamento e l’altro, buttavo giù alcuni appunti, ho guardato fuori, verso i giardini.
Le panchine cominciavano a essere frequentate.
Su una di queste sedeva una donna. Vicino a lei, un’altra donna stava seduta su una sedia a rotelle.
La prima era impegnata in u...na lunga e intensa conversazione al cellulare.
La seconda, anzianissima, non faceva nulla. Era tutta infagottata in sciarpa, sciarpa supplementare, cappottone, scialle, berretto e guardava fissamente davanti a lei.
Nell’immediato, ho avuto un moto di rabbia. “Ecco - mi sono detto –
un’altra che si disinteressa dell’anziano che dovrebbe assistere e bada solo ai fatti suoi”.
Poi ci ho ripensato.
Magari l’anzianissima signora non aveva coscienza di sé.
Forse era persa nelle nebbie cattive dell’Alzheimer.
Non potevo giudicare.
Solo allora ho spostato l'attenzione su queste persone che – lontane da casa per prendersi cura di noi – vivono attaccate al cellulare.
Per rimanere informate, certo. Ma anche per sentire un accento familiare. Sonorità, cadenze, ritmi (“informazione fonologica” direbbero i linguisti) che parlano di un posto lontano, di Ucraina, di Moldavia, di Bielorussia…
Abbiamo bisogno di comunicare almeno quanto di respirare e di giornate di primavera.
Ieri sembrava già primavera.
Mentre, nel quarto d’ora canonico tra un appuntamento e l’altro, buttavo giù alcuni appunti, ho guardato fuori, verso i giardini.
Le panchine cominciavano a essere frequentate.
Su una di queste sedeva una donna. Vicino a lei, un’altra donna stava seduta su una sedia a rotelle.
La prima era impegnata in u...na lunga e intensa conversazione al cellulare.
La seconda, anzianissima, non faceva nulla. Era tutta infagottata in sciarpa, sciarpa supplementare, cappottone, scialle, berretto e guardava fissamente davanti a lei.
Nell’immediato, ho avuto un moto di rabbia. “Ecco - mi sono detto –
un’altra che si disinteressa dell’anziano che dovrebbe assistere e bada solo ai fatti suoi”.
Poi ci ho ripensato.
Magari l’anzianissima signora non aveva coscienza di sé.
Forse era persa nelle nebbie cattive dell’Alzheimer.
Non potevo giudicare.
Solo allora ho spostato l'attenzione su queste persone che – lontane da casa per prendersi cura di noi – vivono attaccate al cellulare.
Per rimanere informate, certo. Ma anche per sentire un accento familiare. Sonorità, cadenze, ritmi (“informazione fonologica” direbbero i linguisti) che parlano di un posto lontano, di Ucraina, di Moldavia, di Bielorussia…
Abbiamo bisogno di comunicare almeno quanto di respirare e di giornate di primavera.
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Giorgio