di Giorgio Maghini
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venerdì 31 agosto 2012


Minimo semiotico / 4 – Scusate la franchezza

Poche ore fa è morto il cardinale Carlo Maria Martini.
Ho consultato il sito dell’Ansa, quello di Televideo, le home page di Repubblica, Stampa, Unità, Corriere della Sera, Il Giorno, Il Giornale, Libero poi – scusate la franchezza – mi sono proprio rotto e ho smesso di confrontare gli articoli perché in tutti la notizia importante sembrava essere il fatto che Martini avrebbe “rifiutato l’accanimento terapeutico”.

La sua straordinaria presenza di uomo, sacerdote, pastore e intellettuale, il suo impegno per il dialogo interculturale e interreligioso, il suo ruolo al Concilio Vaticano II, i suoi meriti di maestro per tanti giovani, l’aver condotto per 22 anni la diocesi di Milano…  tutto questo, per le prime pagine dei nostri giornali passa in secondo piano rispetto al fatto che “ha rifiutato l’accanimento terapeutico”.
Spero almeno che, dietro quelle prime pagine emotivoidi e superficiali, qualche giornalista che ancora ama documentarsi trovi il tempo di scrivere che è dottrina ordinaria della Chiesa rifiutare l’accanimento terapeutico (dare un’occhiata, magari, alla “Evangelium Vitae”, del 1990, o al Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 2278) e che quindi Martini, come sempre ha fatto nella sua vita, ha cercato di vivere anche nel momento dell’addio a questa terra la fedeltà alla Chiesa e al suo Magistero.

Quanto a me, stasera andrò in studio a sfiorare con le dita i due scaffali della mia libreria che contengono i suoi libri (non tutti i suoi libri; anzi solo pochi, perché raramente ho visto uno scrittore tanto prolifico e con una ispirazione sempre tanto ricca).
Pur non avendolo mai incontrato di persona, l’ho tanto amato, e lui mi ha insegnato a essere cristiano innamorato del mondo, e a trovare nella cultura una strada per andare, di buon passo, verso Dio assieme agli uomini di ogni credo.

mercoledì 29 agosto 2012


Minimo semiotico / 3 – Batman, uno di noi

 

Partiamo da un presupposto fondamentale: il giorno in cui la splendida Anne Hathaway sentirà il bisogno di uscire a cena con un pedagogista di elegante conversazione, mi può trovare su Facebook.
 
Ciò premesso, la notizia è che oggi esce in Italia  il nuovo Batman, nel quale la Hathaway interpreta la migliore Catwoman di sempre.

Per gli appassionati, “Il cavaliere oscuro – Il ritorno” è il terzo capitolo del Batman di Christopher Nolan, il regista che, in assoluto, ha saputo interpretare meglio il carattere tragico che Frank Miller ha dato alla saga dalla metà degli anni ’80.

Ma anche per chi non è interessato in modo particolare al suo mondo, il Giustiziere di Gotham City offre spunti di riflessione: Batman, infatti, è indiscutibilmente una delle “icone globali” del nostro tempo.

Cos’è un’icona? In termini tecnici è un segno in cui il significato e il significante sono legati da un nesso così stretto ed evidente da essere immediatamente comprensibile a tutti: gli omini e le donnine stilizzate sulle porte delle toilettes, ad esempio, o le frecce che indicano le direzioni, o – quando c’erano – le cornette  telefoniche disegnate all’interno di un cerchio e che stavano a indicavare un telefono a gettoni.

Cos’è, invece, un’icona globale? È un oggetto o una persona che, in un dato momento storico, parla a tutti gli uomini del mondo. Sono o sono stati “icone globali” Maradona e Messi, le Spice Girls, Darth Vader, Nelson Mandela, Gandhi, la Monna Lisa, lo 007 di Sean Connery e la Ferrari.

Batman è un’icona globale perché ognuno di noi ha provato l’ingiustizia sulla sua pelle, ha dovuto ribellarsi con la sola forza della volontà e della determinazione, e ha trovato il sorriso di una donna (non necessariamente identica ad Anna Hathaway, ma in quel momento era altro ciò che contava) che lo ha aiutato a continuare.

Tutto qua: la forza iconica di Batman sta nel fatto che ha sofferto come ognuno di noi e, come ognuno di noi, ha trovato la forza di reagire. La malinconia esistenziale di Batman, così come le sue vittorie dovute alla fermezza e alla fedeltà a un ideale, sono le nostre e, ancor di più, sono il segno che esiste qualcosa che ci unisce tutti – noi uomini – al di là di ogni possibile differenza.

Ora chiedo scusa, ma vado a indossare il mio costume nero e a vigilare nella notte…

lunedì 27 agosto 2012


Be thou assured, if words be made of breath,

And breath of life, I have no life to breathe

What thou hast said to me.

W. Shakespeare, Hamlet 3,4

 

(Stanne certo, se le parole son fatte di fiato,

e il fiato di vita, non ho vita per dar fiato

a quanto mi hai detto)

 

Dedicato a tutti coloro che passano la vita in mezzo alle parole, amandole e studiandole.

Accettando il rischio, talvolta, di allontanarsi troppo dalla vita.

sabato 25 agosto 2012

Minimo semiologico / 2 – Vasco, il principio di coerenza comunicativa e il quarto d’ora infinito

 
Pochi giorni fa, al mare, l’altoparlante annunciava a tutta la spiaggia che, per la festa di Ferragosto, si sarebbe esibito il coro del “baby club”, composto da bambine tra i 4 e gli 8 anni. Avevano preparato tre pezzi e, con tutta la simpatia che un evento del genere può suscitare, sono andato ad ascoltarle.

La simpatia, purtroppo, ha avuto vita breve.

È, anzi, scomparsa prematuramente quando ho sentito che il primo pezzo in scaletta era “Ogni volta” di Vasco Rossi.

Non so se il principio di coerenza comunicativa appartenga ormai solo agli studiosi, ma sono solo io che provo un senso di disarmonia se sento una bambina della Scuola d’Infanzia che canta: “...e ogni volta che non è importante / ogni volta che qualcuno si preoccupa per me / ogni volta che non c'è / proprio quanto la stavo cercando…”?

(La risposta a questa domanda retorica, a giudicare dagli applausi che hanno inondato le piccole coriste, è sì: sono solo io).

Principio di coerenza o meno, credo che da questo piccolo episodio si possano trarre due riflessioni e, come si dice in questi casi, ci siano una notizia buona e una cattiva: la notizia buona è l’ennesima conferma (se ce ne fosse bisogno) che Vasco Rossi ormai appartiene a tutti, è conosciuto da tutti, è “di tutti”… il suo warholiano quarto d’ora di celebrità è diventato infinito; quella cattiva è che ai suoi testi si dà la stessa attenzione che si dà a “Quel mazzolin di fiori” quando lo si canta nelle gite in corriera: inconvenienti della popolarità.

giovedì 23 agosto 2012

Minimo semiologico / 1 - Se non te accorgi, non esiste




Avrei voluto iniziare a condividere queste considerazioni sul mondo della comunicazione (cioè sul mondo e basta: e scusate se manco di ambizione) in settembre, ma poi si incontrano personalità come il candidato al Senato degli U.S.A. Todd Akin e allora come si fa?

Todd Akin, wannabesenator del partito Repubblicano ha affermato che “Quando lo stupro è legittimo, il corpo della donna ha gli strumenti per tentare di bloccare la gravidanza” («If  it’s a legitimate rape, the female body has ways to try to shut that whole thing down», fonte: The Washington Post del 20.08.12).

Sono andato a vedere il Merriam-Webster e credo di aver capito che Akin intendesse dire qualcosa come “Se è stupro per davvero” ma “legitimate” ha anche gli stessi significati dell’italiano “legittimo” e perciò quello che ha detto può davvero suonare come “stupro legale”, “stupro a norma di legge”.

Premetto che anch’io sono assolutamente contro l’aborto e anch’io penso (come ha detto Akin in altra sede) che “ad essere punito debba essere lo stupratore e non il feto” però, da studioso della comunicazione umana penso che:

- se affianchi in una frase “stupro” e “legittimo”, hai già violato una mezza dozzina di leggi della comunicazione;

- se non ti accorgi di averlo fatto, non esiste che tu possa sedere al Senato di qualsiasi nazione civile.

Per cui (e l’ha detto persino quel cuore tenero di Mitt Romney) “So long, Todd!”.

Giorgio Maghini