di Giorgio Maghini
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mercoledì 28 novembre 2012

Minimo semiotico / 28 – Angoli retti e tagli alla sanità

Se noi vediamo gli angoli retti è solo perché abbiamo creato delle condizioni linguistiche per vederli.

È da anni, ormai, che non si crede più che il linguaggio “descriva” la realtà mentre sono moltissimi gli indizi che mostrano come, al contrario, sia la realtà ad essere “costruita” dal linguaggio. È per questo che alla fine gli angoli retti sembrano esistere e noi sappiamo riconoscerli.
Tutto questo per dire che Monti ha dichiarato che il Sistema Sanitario Nazionale, così com’è, non regge più economicamente.

Prendo tre quotidiani: destra, centro, sinistra.
Quotidiano di destra: “La minaccia di Monti”
Quotidiano di centro: “Un governo in affanno”
Quotidiano di sinistra: “Le inquietanti parole di Monti”.

Destra e Sinistra la vedono sostanzialmente allo stesso modo, il Centro da un punto di vista radicalmente diverso.
Chi è Monti? Un personaggio inquietante e minaccioso o una persona sofferente perché incapace di fare il proprio lavoro per il bene dell'Italia?
Il giudizio politico è personale e, ovviamente, vario.

Aiuterebbe, però, un “gentlemen agreement” tra giornalisti per cominciare a usare i dati di fatto. Quant’è il debito della Sanità pubblica? 100 miliardi di Euro? Un fantasproposiliardo di dollari? I sette ottavi dell'evasione fiscale ipotizzabile nel nostro paese?

I giornali potrebbero aiutarci non giocando con le parole e partire, ad esempio, dai fatti. Tipo: un angolo retto misura 90 gradi.
Sancta simplicitas.

sabato 24 novembre 2012

Minimo semiotico / 27 - Rai e cheeseburger

La tecnica telegiornalistica del "panino" consiste nel vanificare le affermazioni di una parte politica nascondendole tra due dichiarazioni, prima e dopo, della parte avversa.

Così negli anni scorsi, nei Tg Rai, quasi ogni sera si assisteva prima a una dichiarazione del governo, poi a una dell'opposizione e infine a una del capo del partito di maggioranza che aveva così modo di chiudere il discorso a suo favore.

La Rai aveva portato questa tecnica al suo vertice, ma ieri sera (23.11.12) ci ha fatto vedere che si può andare oltre presentando i candidati alle primarie del PD e dando qualche secondo a quattro dei candidati e diversi minuti, invece, al quinto candidato (che evidentemente in Rai cominciano a sentire come il prossimo da omaggiare) che ha potuto commentare non solo le affermazioni degli altri ma anche alcune notizie del TG stesso.

Propongo di chiamarla tecnica del triplo cheeseburger: siamo tutti parte dello stesso panino ma c'è chi fa la fetta di pane, chi quella di formaggio e chi rimarrà per sempre cetriolo.

venerdì 23 novembre 2012

Minimo semiotico / 26 – Segni (Otto meno un quarto, andando al lavoro)

Per chi ama cercare segni e ipotizzare significati, andare al lavoro al mattino è un’avventura sempre nuova.
Mentre si guida siamo – letteralmente – circondati da segni: i vestiti delle persone, i modi di guidare e di interpretare la segnaletica (in Italia siamo tutti molto semiologici e i segnali non li rispettiamo, li interpretiamo), i cenni e i sorrisi che indirizziamo ai pedoni, i gest(acc)i che ci si scambia tra guidatori, i modelli di auto che incrociano la nostra strada…
È inevitabile chiedersi: cosa vogliono dire tutti questi segni? A quale comunicazione sono funzionali? Che messaggio intendono veicolare?

Donna affascinante, palestrata e sotto dieta perpetua, con capelli tirati da far male, abiti aderenti e camicia millimetricamente sbottonata, occhiali da sole e guida aggressiva. Messaggio: se ti fermi al fatto che sono bella, sei già sotto le ruote.

Ometto piucchessessantenne di bassa statura con Humvee nero (occupa tutta via Goretti, per fortuna è a senso unico)  che nemmeno in Desert Storm o in “The expendables 3”. Messaggio: ho pensato solo a lavorare per tutta la vita, bruciandomi qualsiasi possibilità di relazione umana, ma adesso voglio vedere se riuscite a non accorgervi di me.

Anziano sul marciapiede. Indossa una tuta da pochi euro. Cammina appoggiandosi a un tripode. Il braccio gli pende inerte lungo il fianco e il piede destro compie il passo solo con un faticoso innalzamento del bacino. Guarda avanti come un alpinista guarda la vetta dell’Himalaya. Messaggio: questo bastardo di ictus mi ha ridotto a uno straccio, ma io non mi fermo in poltrona…

Tutti i segni, senza eccezione, rimandano in ultima analisi alla nostra immensa fragilità.

lunedì 19 novembre 2012

Minimo semiotico / 25 – Pioggia e punti di vista

Il “Punto di vista”, in narratologia, è la prospettiva di chi sta raccontando. È una chiave di lettura piuttosto potente, e può addirittura rovesciare il racconto.


“Balzo, nella notte, di grattacielo in grattacielo per proteggere la mia città” dice l’Uomo Ragno.
“Non sei mai a casa prima delle 6 e poi le tute le devo lavare io” dice Mary Jane Watson.
Stessa avventura, due punti di vista diversi.

Ripensavo a queste cose perché il bipede polimorfo che incontro ogni sera a cena è tutto preso nel suo nuovo videogame guerresco. È il più recente della serie “Call of Duty”, mi ha detto.  Di più non saprei.

Ho notato, però, un particolare interessante: quando le scene di combattimento si svolgono sotto la pioggia, sembra quasi che il monitor si bagni dall'interno, con lo stesso effetto che si ha quando guardiamo dalla finestra.

L’apparenza è quella di una telecamera che riprende il gioco. Il che significa che il giocatore si vede agire (è un gioco "in soggettiva") attraverso l'obiettivo di una videocamera.

Nel gioco di fantasia, il bambino agisce sulla realtà, imitandola e reinventandola.
Nei videogiochi, il bambino è parte di un mondo fantastico sul quale può intervenire mediante un computer.
Nel videogioco che mi ha fatto vedere mio figlio, il bambino osserva le proprie azioni mediate due volte, dal computer prima e da un obiettivo poi.

Che conseguenze può avere questo progressivo allontanamento del “Punto di vista” dalla realtà?

mercoledì 7 novembre 2012

Minimo semiotico / 24 – Obama e il navigatore satellitare

Barack Obama è riconfermato presidente degli U.S.A.

Il risultato definitivo dice, a spanne, 60% contro 40%. Una vittoria netta.
Fino all’ultimo, però, i sondaggi dicevano che, in una situazione di sostanziale pareggio, se Obama avesse vinto, lo avrebbe fatto di pochi decimi di percentuale.

Da un punto di vista linguistico, i sondaggi sono una cosa piuttosto buffa.
Il linguaggio è uno strumento psicologico che ci permette di rappresentare la realtà.
E tanto più il linguaggio è PRECISO, DEFINITO,  ESATTO (linguaggio e realtà, cioè, sono - per quanto umanamente possibile - coerenti e sovrapponibili), tanto più il linguaggio ci aiuta a vivere, dandoci strumenti per orientarci nel mondo.

Anche i sondaggi sono un linguaggio.
Descrivono la realtà, e lo fanno in anticipo.
Ma, oltre all'anticipo, non hanno altri pregi da offrire. Perché il tipo di descrizione che fanno è IMPRECISO, APPROSSIMATIVO, INESATTO.

Siamo proprio sicuri di avere bisogno di uno strumento che, in cambio di un certo anticipo, ci rende l’immagine di un mondo che non esiste?

O, per dirla con altre parole, baratteremmo il navigatore  satellitare che abbiamo in macchina con un uno molto più veloce ma che sbaglia strada nel 20% dei casi?

lunedì 5 novembre 2012

Minimo semiotico 23 / Le incertezze di James Bond

Per comprendere il significato di ogni comunicazione (ma anche di ogni singolo segno), noi, anche senza rifletterci, lo poniamo all'interno di una polarità. Se, ad esempio, il mio Dirigente mi dice "Dobbiamo parlare della tal questione...", io automaticamente pongo la sua frase in una polarità COLLABORAZIONE / CAZZIATONE e mi chiedo a quali di questi due poli lui sia più vicino. Analogamente, quando sento che una certa squadra ha vinto il campionato, sono portato a chiedermi: stiamo parlando di sport o qualcuno userà quel risultato a fini propagandistici? E via così...

Tutto questo per arrivare a dire che sono andato a vedere "Skyfall", l'ultimo 007 (e tanto vale chiarire: sono un bondiano osservante che considera ortodosso il solo Sean Connery, accettabile Pierce Brosnan, molto vicino alla pienezza Daniel Craig e non menzionabili tutti gli altri) e subito sono stato catturato dal gioco tra GIOVENTU' e VECCHIAIA (o, se vogliamo essere più duri: VITA e MORTE) su cui si basa tutta la storia.
 
Vecchio è Bond, vecchio il suo nemico (il grande Javier Bardem), vecchia Judy Dench (che intanto, però, ci dà una lezione magistrale su come si possa essere donne affascinanti a quasi 80 anni...), vecchio il modo di pensare che tutti questi protagonisti si portano dietro da un mondo che non esiste più.

Non rivelerò "come va a finire", e come si risolve la dualità tra vecchio e nuovo.
Dirò solo che il valore del mito è intramontabile e che, per diventare un mito, non serve ordinare un determinato cocktail o lanciare fuori dalla macchina il passeggero assieme al sedile.

Per diventare un mito devi parlare di qualcosa che sta nel cuore di tutti, ricordare domande eterne e suggerire vie di ricerca per rispondere.
Se non fosse così, Ulisse sarebbe solo un marinaio piuttosto in ritardo.

Discorsi grandi. Che ci chiedono di fare i conti con le nostre (in)certezze.
Intanto, in attesa di risposte... shakerato, non mescolato.