di Giorgio Maghini
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venerdì 23 novembre 2012

Minimo semiotico / 26 – Segni (Otto meno un quarto, andando al lavoro)

Per chi ama cercare segni e ipotizzare significati, andare al lavoro al mattino è un’avventura sempre nuova.
Mentre si guida siamo – letteralmente – circondati da segni: i vestiti delle persone, i modi di guidare e di interpretare la segnaletica (in Italia siamo tutti molto semiologici e i segnali non li rispettiamo, li interpretiamo), i cenni e i sorrisi che indirizziamo ai pedoni, i gest(acc)i che ci si scambia tra guidatori, i modelli di auto che incrociano la nostra strada…
È inevitabile chiedersi: cosa vogliono dire tutti questi segni? A quale comunicazione sono funzionali? Che messaggio intendono veicolare?

Donna affascinante, palestrata e sotto dieta perpetua, con capelli tirati da far male, abiti aderenti e camicia millimetricamente sbottonata, occhiali da sole e guida aggressiva. Messaggio: se ti fermi al fatto che sono bella, sei già sotto le ruote.

Ometto piucchessessantenne di bassa statura con Humvee nero (occupa tutta via Goretti, per fortuna è a senso unico)  che nemmeno in Desert Storm o in “The expendables 3”. Messaggio: ho pensato solo a lavorare per tutta la vita, bruciandomi qualsiasi possibilità di relazione umana, ma adesso voglio vedere se riuscite a non accorgervi di me.

Anziano sul marciapiede. Indossa una tuta da pochi euro. Cammina appoggiandosi a un tripode. Il braccio gli pende inerte lungo il fianco e il piede destro compie il passo solo con un faticoso innalzamento del bacino. Guarda avanti come un alpinista guarda la vetta dell’Himalaya. Messaggio: questo bastardo di ictus mi ha ridotto a uno straccio, ma io non mi fermo in poltrona…

Tutti i segni, senza eccezione, rimandano in ultima analisi alla nostra immensa fragilità.

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Giorgio