Non parla di “amore”, ma racconta gesti d’amore, non parla
di “paternità” e “maternità”, ma mostra uomini e donne che si comportano da padri
e madri, non parla di “senso dello Stato” ma ci presenta re saggi e coraggiosi,
e così via…
È un linguaggio intriso di vita, di terra, di sesso, di
scelte pagate in prima persona. Un linguaggio che si fa vita, perché la vita si
fa linguaggio.
Ora, a poche ore dall’annuncio della nuova tribolazione che
ci toccherà nei prossimi mesi a livello politico-istituzionale, propongo un
piccolo esercizio di pragmatica della comunicazione: ogni volta che un politico
userà troppi termini astratti nei suoi discorsi, mandatelo a quel paese nel
vostro cuore.
Sentiremo parlare di scelte fatte per “pressanti richieste
della base”, per “senso di responsabilità”, per “amore per il paese”, per “disagio
verso la controparte politica”… tutti termini irreali e incorporei che nascondono
la realtà invece di interpretarla.
Nella Bibbia, uno che avesse parlato di “senso di
responsabilità”, veniva Sansone in persona a pigliarlo a calci in culo.
La mancanza di rispetto verso il linguaggio non è altro che
il primo livello della mancanza di rispetto verso le persone. Ed è una forma di
violenza.

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Giorgio